Assieme a molti avvocati, giuristi e vari professionisti del settore abbiamo sostenuto convintamente il Si al referendum sulla riforma della giustizia, voluta dal Governo Meloni ed in particolar modo da Ministro Nordio. Più precisamente la consultazione popolare riguardava la riforma sull’organizzazione della magistratura, più che della giustizia, imperniata (a grandi linee) sulla separazione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti (mediante la modifica degli artt. 87 – decimo comma – , 102 – primo comma – , 104, 105, 106 – terzo comma – , 107 – primo comma – e 110 della Costituzione), con due distinti organi d’autogoverno (Consiglio Superiore della Magistratura giudicante e Consiglio Superiore della Magistratura requirente). Con sorteggio da un elenco dei componenti togati dei due organi ed introduzione dell’Alta Corte Disciplinare, col compito di gestire i procedimenti contestativi nei confronti dei magistrati.

Durante la campagna referendaria a Soave, in provincia di Verona, abbiamo avuto anche l’opportunità di avere come relatore a sostegno del Si, l’ex magistrato Antonio Di Pietro, che ha fatto un’esposizione tranquilla, senza toni polemici ma radicalmente determinata nel descrivere le motivazioni della scelta del Sì, togliendola dall’imbarazzante e pretestuoso accanimento politico del campo del No in quanto non oltraggiosa od “attentato” all’inviolabilità costituzionale.

Le ragioni del Sì sono state chiarite con la semplicità dogmatica da ex uomo in toga passato attraverso lusinghe e travagli di carriera. L’esplicitata ovvietà contro l’arroccamento nello status quo d’uno dei poteri dello Stato tripartiti, secondo il principio di separazione atto a garantire la democrazia ed a limitare l’assolutismo (accentramento del potere).
Antonio Di Pietro è ancor oggi molto noto soprattutto per la scottante vicenda di “Mani Pulite” e di “Tangentopoli” (serie di inchieste giudiziarie avviate da varie procure, soprattutto da quella di Milano, nella prima metà degli anni novanta del secolo scorso, che travolse il sistema politico-partitico ed imprenditoriale-affaristico dell’epoca, decretando la fine della così detta Prima Repubblica) in quanto membro del pool di magistrati, coordinati dall’allora procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli.
L’ex magistrato ha spiegato come i problemi della giustizia in Italia, per ciò che riguarda la riduzione dei termini processuali, necessitano di interventi volti ad aumentare drasticamente il personale, i mezzi e le risorse a disposizione dei tribunali. Ma al contempo ha affermato che tutto ciò non vuol dire, però, che dal 1989 ad oggi c’è un altro problema da risolvere e, cioè, quello di stabilire che l’accusa e la difesa devono stare in ragione di parità di fronte ad un giudice terzo che dovrebbe essere un arbitro imparziale . Ma secondo Di Pietro a tutt’oggi purtroppo quell’arbitro fa parte della famiglia di uno dei due giocatori. “Dato che non funziona la giustizia, lascio ancora in mezzo al guado questo problema dove io entro in aula (dove già c’è fin troppo ritardo) e, poi, mi trovo davanti un altro che è un fratello del giocatore?” ha chiesto provocatoriamente durante la conferenza.
La vittoria del No, pare quindi una grande occasione persa per cercare di creare una seria situazione di terzietà, imparzialità e responsabilità della magistratura giudicante. Il risultato del referendum non può però sottrarsi a delle analisi politiche, oltre che sociologiche, giuridiche e comunicative. In tal senso risulta infatti un grave fallimento soprattutto per il centrodestra o “falsa destra” che dir si voglia, che non ha saputo parlare con la gente e convincerla della sacrosanta battaglia per questa tanto agognata riforma della giustizia.

Settimana scorsa mentre ero ospite di una trasmissione televisiva, mi sono ritrovato con un sindaco ed un consigliere regionale entrambi di centrodestra, che mancava solo dicessero ai cittadini di rimanere a casa o addirittura di votare No. Amministratori e politici improvvisati, ma soprattutto impreparati, che non hanno saputo essere minimamente capaci di sostenere le ragioni del Si. La politica non può essere semplicemente improvvisazione, teatralità e scenografia. È evidente che in particolar modo a destra mancano strutture politiche serie, con scuole di formazione sui temi, sui valori e sugli ideali, in grado di affrontare le sfide importanti che ci aspettano e com’era certamente quella sul referendum sulla giustizia.