Vito Comencini

L’incontro di ferragosto in Alaska tra i due grandi capi di stato degli Stati Uniti D’America e della Federazione Russa, Donald Trump e Vladimir Putin, ha chiaramente riaperto ufficialmente la strada della diplomazia. Un termine quest’ultimo, che potrebbe sembrare scontato ma invece non lo è o almeno non lo è stato, soprattutto negli ultimi anni. Non si può infatti dimenticare che al contrario Joe Biden, arrivato alla carica di Presidente degli USA, esordì definendo Putin un “assassino”, ben un anno prima dell’inizio dell’operazione militare in Ucraina. Un’affermazione chiaramente anti-diplomatica, per non dire istigatrice e guerrafondaia. Di sicuro Biden dimostrò fin da subito l’approccio ostile che gli Stati Uniti avrebbero avuto nel corso del suo mandato, senza minimamente aprire alla via diplomatica, del dialogo e di un confronto seppur franco, ma serio e costruttivo.

Dopo tutto si tratta di un filone che è arrivato fino ai giorni nostri, con l’espansione della NATO ai Paesi Baltici, le rivoluzioni colorate, i colpi di stato come quello nel 2014 a Kiev, gli attentati terroristici in Russia, le sanzioni ed infine con l’invio delle armi all’Ucraina di Zelensky. Si tratta della linea politica anti-russa e guerrafondaia, che non nasce certo nel 2022, ma molto prima e di cui Biden ne è stato protagonista in primis come vice di Obama.

Al contrario Trump, come promesso in campagna elettorale, ha riaperto la o meglio le vie diplomatiche con la Federazione Russa. Certamente è anche una questione di strategia e di scena politica, ma rimane comunque una svolta evidente, rispetto a chi ci stava conducendo passo passo verso la Terza Guerra Mondiale o qualcosa di molto simile. Una scelta che ci fa ben sperare, seppur con le dovute cautele e attese dei risultati concreti, a cui l’azione diplomatica e di dialogo, potrà portarci.