Vito Comencini

Con la scusa della “democrazia” e dei “diritti civili”, l’Unione Europea continua la sua politica dittatoriale, anche attraverso lo strumento giudiziario, cercando di imporre ai paesi membri l’ideologia Lgbtq. La decisione risulta purtroppo molto chiara “Uno Stato membro ha l’obbligo di riconoscere un matrimonio tra due cittadini dell’Unione dello stesso sesso che è stato legalmente contratto in un altro Stato membro in cui hanno esercitato la loro libertà di circolazione e di soggiorno“. Questo ha sentenziato la Corte di giustizia Ue, pronunciandosi sul ricorso di due cittadini polacchi che si erano “coniugati” in Germania nel 2018 e che avevano chiesto la trascrizione del loro atto di matrimonio nel registro dello stato civile polacco, per riconoscerne la validità anche in Polonia. Le autorità competenti polacche avevano rifiutato la trascrizione affermando che il diritto polacco non autorizza il matrimonio tra persone dello stesso sesso, ma la Corte di giustizia ha di fatto imposto la trascrizione. Secondo i giudici, il riconoscimento dello status coniugale risulta qualcosa di imprescindibile per tutelare diritti fondamentali quali il soggiorno, l’eredità, la previdenza e l’assistenza sanitaria transfrontaliera. La Corte ha tuttavia sottolineato che tale obbligo non richiede che il matrimonio tra persone dello stesso sesso sia introdotto nel diritto interno. Ma rimane chiaramente di fatto la grave azione impositiva. Chiaro è che una tale decisione ha i evidenti profili di ingerenza, con un preciso indirizzo politico, ma soprattutto ideologico. La sentenza giunge infatti in un frangente storico particolarmente delicato, in cui alcuni governi dell’Unione Europea si stanno indirizzando in senso opposto, a quello delle lobby Lgbtq+. La Slovacchia, per esempio, ha recentemente approvato un emendamento costituzionale che vieta sia i matrimoni tra persone dello stesso sesso sia la maternità surrogata, mentre l’Ungheria ha già una disposizione simile nella sua Costituzione. Un duro scontro insomma, tra chi cerca di affermare e difendere i principi del Diritto Naturale e chi invece attraverso il “grimaldello” del Diritto Positivo, cerca di smantellarli in ogni modo ed in ogni luogo. Da una parte la natura delle cose e quindi basata su una società di persone, come ad esempio marito e moglie o padre e madre, mentre dall’altra una visone ideologica e contro natura, che vorrebbe imporre una società di numeri, come genitore 1 e genitore 2. L’ennesima conferma che prima si esce da questa gabbia e meglio è.